Roby Crotti, un grande a part time: “L’Atalanta, la Virescit, Ancelotti, Paratici e Allegri, che ricordi”

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STEZZANO – Campo, panchina, lavoro in banca e non pochi conti in sospeso con il destino, quello che avrebbe dovuto e potuto colorarsi di nerazzurro: «Estate 1976, ero un ragazzino ma ormai stabilmente aggregato alla rosa dell’Atalanta. L’anno prima avevo fatto tre panchine con Cadè, poi arrivarono in coppia Piccioli e Leoncini, lui sì che stravedeva per me. La società prese Titta Rota come mister: dopo essere stato messo in allerta per sostituire Tavola in una partita, mi cedettero in prestito al Parma. In A ci andò Tavola. Rividi Rota al Palazzolo, 1990/91, promossi in C1, e ci scherzammo su». A un passo dalla grande occasione da numero 10 classico, che essendo mancino non disdegnava la fascia, anche se bassa, la storia del pezzo da novanta di turno del calcio bergamasco s’intreccia a quella di un sacco di big. Nostrani e non. E da uomo sulla tolda di comando, nonostante un bel po’ di campionati vinti, solo una parentesi poco al di là dell’Oglio da professionista (2003) in mezzo a tantissima serie D. Qualcuno azzarda a chiamarlo “il Trap di Bergamo” e in effetti, rispetto all’originale pluridecorato, a Roberto Crotti dedizione professionale e grinta non mancano: «Paragone irriverente, anche se a Castiglione delle Stiviere un giornalista mi diede del Mourinho. Non solo perché ho sempre detto quello che pensavo, ma perché mi capitò di usare un difensore in attacco. Lo fanno tutti. Però Luciano Piazzalunga, ai tempi dell’AlzanoCene, mi chiamò “il Capello di Bergamo”. Io so solo che non mi metto mai davanti a nessuno, non mi prendo i meriti e non mando i ragazzi negli spogliatoi finché non ho provato in allenamento quello che mi serve. Ma su Trapattoni ho un aneddoto».

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Il ragazzo nato a Bonate Sotto e diventato qualcuno a Boccaleone è prossimo ai 59 anni (il 22 luglio) e, conclusa una tranquilla stagione in Eccellenza al Rigamonti Castegnato che ha praticamente chiuso i battenti, in attesa di sapere quale panchina calamiterà la sua esperienza ultra ventennale si lascia andare a ricordi di lusso: «Era un recupero Virescit-Romanese di serie D, Giovanni era notoriamente molto amico dell’allenatore Luciano Magistrelli, suo compagno nella Nazionale Olimpica a Roma nel 1960. Qualche volta veniva a vederci. Intervistato da un giornale locale, disse che il nostro Benedetti, un bresciano molto veloce negli inserimenti, era come Tardelli. Io lessi ed esclamai: “Questa sì che è una bestemmia!”». Non solo Trap: di personaggi del jet set pallonaro il mancino d’oro Roby, ancora un fil di ferro dalla figura slanciata, 65 chili contro i 67 di quando giocava, ne ha incontrati parecchi. Per non dire tutti: «Tre anni fa, quando allenavo il Caravaggio dove gioca tuttora Nicolò, il mio primo figlio, facemmo un’amichevole a Vinovo con la Juventus e tutti si stupivano che avessi confidenza con Max Allegri e Fabio Paratici. Li conosco da tempo. Col primo ho fatto il corso allenatori a Coverciano nel 2003, col secondo ho giocato a Palazzolo, 1991/92, dopo gli anni di Intim Helen Telgate e Stezzanese (secondi in Interregionale dietro il Valdagno, 1988/89): arrivava dal vivaio del Piacenza, fra gente scafata come Tirloni, Lele Messina e me aveva tutto da imparare. Direi che l’ha fatto bene, è il diesse della squadra più forte d’Italia e forse anche d’Europa».

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Ogni barlume che si apre a mo’ di squarcio sul passato corrisponde a un nome di quelli altisonanti: «Carlo Ancelotti ha un anno meno di me, lo conobbi a Parma quando era ancora acerbo. Io feci poche presenze, ma lui entrò per la prima volta proprio al mio posto. Era un ragazzo, è diventato un grandissimo da calciatore e come tecnico è uno dei migliori sulla piazza, un vincente che non se la tira». Della serie, come camminare sulla strada della futura gloria altrui senza saperlo, avendo però l’umiltà di compiere ogni scelta di vita con la consapevolezza di dover sfruttare appieno l’abbonamento al treno regionale anziché prendere l’Eurostar: «Fino al 1982 sul mio cartellino c’era scritto Atalanta. Passata la legge sul part time, mi hanno trovato un posto alla Banca Provinciale Lombarda, poi assorbita da Intesa SanPaolo, che ho tenuto fino alla pensione. Ormai le ribalte erano un sogno da chiudere nel cassetto per non riaprirlo più. Sono stato in prestito anche alla Pro Vercelli, al Lecco e quindi al Rende insieme a Paolo Gustinetti, perché laggiù allenava Zanotti, ex del settore giovanile nerazzurro. Mi riscattò la Virescit». Un retroscena da footballer in carriera (la chicca rimane la Coppa Italia di serie C in viola, 1986) è d’obbligo, prima di toccare il tasto in parte dolente della vicenda da mister: «20 maggio 1984, Lodi, spareggio per la C2 col Seregno – racconta Crotti, visibilmente virescino fino al midollo –. Vengo a sapere da Dal Bello, il portiere, che in caso di rigori sarebbe stato avvicendato da Tamburrini. Accusai un dolore al ginocchio, rotolai a terra, chiesi il cambio e al mio posto entrò Simonini. Segnò lui l’1-0 per noi al 119’, poi arrivò il secondo». Musica per l’aneddotica, perché la sinfonia dipinge sullo spartito una dimensione umana e passionale, da anni Ottanta, che al giorno d’oggi ha ceduto il passo alle starlette da antenna tv, all’immagine, agli idoli di plastica.

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Signori, qui si parla della storia dello sport più amato all’ombra delle Orobie, del secondo polo calcistico che fu di una provincia che smania per quell’attrezzo di cuoio. Fertile, ma forse un po’ crudele quando si passa al di qua della riga di gesso, sotto una volta di vetro o plexiglass: «Non posso dire di non essere stato profeta in patria. La vittoria più bella è stata la Coppa Italia di serie D con l’Uso Calcio di patron Guerini, nel 2005. Ero arrivato da subentrato, in quell’annata finimmo secondi dietro il Pergocrema ma vincemmo il trofeo della coccarda nella doppia finale con l’Isola Liri. Ricordo il 3-1 di Calcio, al ritorno: in gol Ghidotti, Oberti che rincorsi per il campo perché di solito non segnava nemmeno a spingerlo e dal dischetto Tarallo, che nella stagione dopo, quando pagammo lo scarso peso politico rispetto al Varese entrando comunque nella lista delle ripescabili come prima avente diritto, stabilì il record di 36 gol ancora ineguagliato per la categoria». Ma nella Bassa orientale si decise che il campo di casa per la C2 era troppo piccolo, ennesimo segnale che di poggiare il piede sul pianerottolo superiore dell’ambizione personale per il Roby non se ne parlava proprio: «Non sono mai stato riconfermato, curiosamente, proprio dove avevo fatto molto bene. Mi sono tolto le mie soddisfazioni anche fuori provincia. A Rodengo, dove incontrai di nuovo il diesse Giacomo Buizza dopo i tempi da calciatore nel Palazzolo e da allenatore nel Capriolo per poche partite prima di andare a Chiari, centrai tre promozioni in tre anni fino alla serie D nel ‘99. 52 partite senza perdere, non so se mi spiego. Ma anche lì, di farmi fare la C nemmeno l’ipotesi. Andai a Romano dove conobbi giocatori come Fabio Spampatti che poi sarebbe andato all’AlbinoLeffe e altri che mi sarei portato a Rodengo al mio ritorno, Gusmini e Luca Facchetti. Ricordo quando parlai col padre, il grande Giacinto, al telefono: me lo passò Adelio Moro, ero a casa mia, s’interessò a mio figlio Nicolò che muoveva i primi passi raccomandandomi di essere inflessibile. Una persona di umiltà straordinaria per il campione e il mito che era, manca tanto al calcio di oggi». Le delusioni vanno a braccetto con i successi: «Alla fine del biennio 2001-2003, a Rodengo, quando aveva già smesso il mio ex compagno alla Virescit Valter Bonacina, un presunto tentativo d’illecito ci costò 12 punti di penalizzazione. Saremmo arrivati primi o ai playoff, ce ne avevano dati 6 in prima istanza. Joseph Manzini, un altro finito all’AlbinoLeffe anche se per poco, ne aveva segnati 14. Con lo Sterilgarda Castiglione, dopo le esperienze con Darfo, Salò, dove c’era già il diesse Giuseppe Olli tuttora anima della Feralpi, e AlzanoCene, fui promosso in Lega Pro al secondo anno, nel 2012. Anche lì chiamato in corsa per superare le difficoltà e centrare gli obiettivi al posto di qualcun altro. Forse tanto scarso non sono».

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Ora Crotti, papà di Nicolò e Luca, è libero come l’aria su un mercato tra i più asfittici che esistano. E, nella speranza di trovare chi dia fiducia all’uomo e alla sua storia personale, regala l’ultima perla: «Ho sempre detto agli arbitri quel che pensavo, sarò stato espulso ottanta volte in ventitré anni. Conoscevo Pierluigi Magni, il nostro ex internazionale, lavorava come me in BPL. Qualcuno l’ho anche rincorso. Sirtoli, che mi cacciò, per un fuorigioco inesistente, ma poi quando sono andato ad Alzano siamo diventati amici. Ma la volta che non venni espulso fu quando presi l’ennesima rincorsa per protestare per un mani sulla riga di un difensore del Pergocrema, al “Voltini”, nel campionato 2004/2005. Senza quell’errore saremmo andati dritti in C2. “Per me era involontario”, mi rispose il direttore di gara. Era Andrea Stefani di Milano, avrebbe fatto l’assistente a Rizzoli nella finale mondiale 2014, Germania-Argentina». Come incrociare la gloria altrui ante litteram, potendo solo agognare alla propria, e rimanere un grande lo stesso. Con una filosofia di fondo: «Dico sempre e solo la verità in faccia a chiunque. L’allenatore è un sarto, deve cucire l’abito su misura alla squadra che gli danno tra le mani. Se il protagonismo ha la meglio sulla compartecipazione di oneri e onori, il risultato resta irraggiungibile». Parola di Roberto Crotti, dal campo di via Isonzo a Stezzano che illuminò per una sola stagione, 27 presenze e 8 gol (su 424 e 38 in sole partite di campionato dell’intera parabola professionale) nel 1988/89 in Interregionale sotto Angelo Volpato, quando solo il Valdagno poté battere i rossoblù (in cui militava anche Ivan Del Prato) e la Città Convenienza pagava i suoi assi, dilettanti o semipro, una trentina di milioni sull’unghia.

 

testo: Simone Fornoni

foto : Luca Limoli

 

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