LA GRANDE STORIA DI LEONE EFFRATI, PUGILE MORTO AD AUSCHWITZ, RACCONTATA A TEATRO

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Una storia tragica e gloriosa, quella di un Campione ai tempi del nazismo, così carica di valori umani da muovere la ricerca di una Professoressa di Bergamo, la Dott.sa Elisabetta Corseddu, fino al punto da realizzare personalmente la sceneggiatura di uno spettacolo teatrale, che ne rievocasse la vita.

Ecco allora che il 27 gennaio 2016, con la collaborazione di Bergamo Boxe alle ore 20.45 al Cineteatro San Filippo Neri di Nembro è andato in scena lo spettacolo intitolato: “Ballata ultima per un campione. La vera storia del pugile Leone Efrati che sfidò le SS”. Una rappresentazione teatrale dedicata al pugile e alla sua storia di coraggio. Spettacolo rappresentato dalle classi 3LA e 5LB del Liceo delle Scienze Applicate dell’ISISS di Gazzaniga. Drammaturgia di Elisabetta Cosseddu.

Narrare la storia di un pugile italiano, partendo da una vecchia fotografia degli anni trenta non è cosa facile.  Ma la questione si fa più interessante se il racconto si arricchisce di notizie fornite da diverse fonti. Ho così ricostruito la breve e straordinaria vita del pugilatore Leone Efrati, ebreo romano della nazionale dal ’35 al ‘39, morto ad Auschwitz, utilizzando materiale fornito dal CDEC di Milano, attraverso le interviste ai figli viventi Elio e Romolo (via skipe essendosi trasferiti ad Askelon in Israele), al nipote Giuseppe Zarfati e attraverso le testimonianze del pugile Bruno Visentin e del sopravvissuto alla Shoah Alberto Sed.

Nato in Trastevere nel 1915, da famiglia ebrea povera ma osservante, Lelletto Efrati nel 1932, a diciassette anni entra a far parte della famosa palestra pugilistica “Audace” .  Un peso piuma, piccolo ma veloce, preciso e potente. Lelletto non sapeva ne leggere ne scrivere. Solo la sua firma sapeva fare. Quel ragazzino cominciò ad allenarsi così forte che la palestra non bastava mai. Così andava a correre sotto fiume, instancabilmente anche quando il Tevere ingrossava e vomitava rabbia, allargandosi al Ghetto .  Dal ’35 data in cui sposa anche la bella Ester, dalla quale avrà tre figli,  al ‘38 si afferma come  vero professionista: Roma, Sassari, Roma , Milano, Messina, Roma, Milano, Parigi, Ginevra, Parigi, Parigi, Parigi, Parigi, Roma e Chicago, l’America, dove vince il guanto d’oro! Leone faceva parte della Federazione Pugilistica Italiana. Era Presidente allora  Bruno Mussolini che nutriva una grande stima per questo piccolo grande pugile. Lo proteggerà fino al 1941, data in cui morirà per un incidente aereo. Pagò lui stesso, di tasca sua, e di nascosto il viaggio per Chicago a Efrati nel settembre ’38, prima dell’emanazione delle Leggi Razziali.  Il  mondo sportivo di allora, si piegò quasi completamente alla politica persecutoria del regime nei confronti degli ebrei e accettò l’espulsione degli atleti “non ariani” dalle società sportive. Dalla sera alla mattina le espulsioni cominciarono dal basso, nelle palestre dove ci si allenava. Non mancarono esempi di sportivi che con piccole azioni di disobbedienza civile e di resistenza, seppero opporsi a rischio della propria vita.

 Nel novembre del ‘38 a Chicago lo videro battere Johnny Balmer. Quella sera Lelletto, “il rifugiato giudeo”, scaldò un pubblico di oltre cinquemila persone battendo nettamente Balmer che pure era un elemento tra i primi otto delle classifiche americane.  A fine match salì sul ring per complimentarsi con lui nientemeno che Barney Ross, già allora un mito: alzò lui stesso la mano di Lelletto e lo annunciò come il futuro sfidante al titolo mondiale. Sfidò sempre Chicago anche il campione mondiale Leo Rodak, match combattuto davanti a settemila paganti, valevole per il campionato del mondo piuma NBA e trasmesso in radio ma solo in America perché in Italia già si cercava di sminuire le imprese del piccolo “ebreo romano”. Lo scontro fu equilibratissimo e Leone Efrati dominò la parte centrale dell’incontro. Informatori italiani dissero che il radiocronista fino all’annuncio del verdetto non si azzardò a pronosticare la vittoria di Rodak.  Quindi un pari sarebbe stato un risultato equo peraltro auspicato da una grande parte del pubblico e dai tecnici di settore.  La vittoria invece andò al pugile di Chicago. Le brume della guerra, le notizie incerte sui suoi familiari istillarono però nell’animo del romano una forte nostalgia. Lo vide  a Chicago Bruno Visentin, grande atleta spezzino,  in una sera particolare, solo, in un bar gestito da italiani. Era intento a bere una birra e guardava intensamente il bicchiere. Si perdeva in quel bicchiere, camminando per labirinti in cerca di via d’uscita. Aveva un espressione triste, probabilmente l’ombra del destino lo stava inseguendo e lui ne era conscio. Nell’estate del ’39 il manager Bobby Gleason gli propose una lunga tournee nel nord America dove Efrati era conosciuto ed apprezzato, ma rifiutò. A nulla valsero le preghiere degli amici italiani d’America: tornò in patria riproponendosi alla federazione italiana, della quale faceva parte. La federazione riconfermò la sua affiliazione. Bruno Mussolini lo voleva, ma era tra i pochi. Lo arrestarono spesso prima degli incontri, ma così non poteva allenarsi e nutrirsi adeguatamente.  Nel maggio 1943 una “spiata”su compenso di 5000 lire fa cadere Lelletto in una retata della Gestapo. Arrestato, mentre cerca di scambiare uova insieme a suo figlio Romolo di sei anni, finisce in Via Tasso. Le altre volte, sorpreso a vendere stringhe o stracci, ne aveva prese di botte in caserma. Ora era diverso. Appena entrati per l’interrogatorio videro subito sulla scrivania l’orologio di zio Marco. Quello che in quella notte accadde, lo lasciamo ai vostri pensieri e al rispetto di Romolo, quel bambino che ancora oggi vive e abbassa gli occhi davanti a certe domande. Non continuo con le domande so benissimo che la Ghestapo in via Tasso torturava con acqua, corrente e ferri vari. Dopo il trasferimento a Regina Coeli, trascorsi 12 giorni, il pugilatore Efrati fu caricato insieme al fratello Marco alla volta di Fossoli, Passo del Brennero, Auschwitz. Il figlioletto si salvò nella confusione, grazie all’audacia di Mosè Astrologo che lo buttò giù dal camion e  alla pietà e  di una camicia nera che lo cacciò vià.

Dopo un viaggio di cinque giorni, tra sgomento, piscio, lamenti e morti da scavalcare, un cielo di piombo accolse  Efrate, quell’uomo allegro e dal grande cuore. Non il tramonto romano, non le risa dei suoi bambini in strada, non le carezze di sua moglie Ester, il sorriso di sua madre. Solo un goffo brulicare di esseri inumani silenziosi e veloci nel riordinare quel carico già agonizzante, già lontano dalla vita… A Lelletto, secoli di destino inesorabile, gli attraversarono il corpo…Lelletto…quel giovane uomo che nel Tevere si era tuffato in gennaio per salvare un uomo e come il Buon Samaritano lo coprì poi con il suo giubbotto di pelle americano…Lelletto che agli amici e parenti regalò valige di vestiti e biancheria, tornato dall’America…Lelletto che alla vita di pugile famoso in America preferì essere compagno, padre, figlio e amico…mentre tutto affondava in un mondo che aveva perso l’orizzonte… La presenza nel carico di un pugilatore vero, Leone Efrati era già stata segnalata. Al Fuhrer piaceva il pugilato, i kapò si divertivano ad organizzare incontri notturni e nella domenica tra i detenuti. Fu il pugilato lo sport più praticato nei campi di sterminio. Piaceva al Fuhrer perché  incarnava la forza e la velocità d’azione, senza abbassare mai la guardia. All’interno i kapò e le SS distinguevano gli incontri comuni da quelli dove il livello era alto, perché a boxare erano veri professionisti. A Lelletto era riservato il posto d’onore: per lui non più i settemila paganti di Chicago per il match con Rodak, ma poche centinaia di anime trasparenti in prestito alla vita. Occhi vitali e guizzanti quando Leone Efrati vinceva per un tozzo di pane mentre le SS e i kapò scambiavano i soldi delle scommesse.

In una sera d’aprile Lelletto, il pugilatore di Auschwitz, avrebbe combattuto contro un polacco più grosso di lui, e anche di molto. Le SS volevano uno spettacolo sempre più forte, grottescamente impari, in netta linea con la storia dei prepotenti e degli stupidi. Efrati vinse anche allora. Chiuse gli occhi e immaginò  all’angolo il suo paterno allenatore, sentì il pubblico di Chicago eccitato e rumoroso e danzò alla vita su quel ring fatto di terra polverosa e appelli di morte, mentre violini suonavano romantici valzer viennesi. Vinse anche allora contro quel gigante polacco, triste, pesante e spento. Molti persero le scommesse e fu facile il giorno dopo per i kapò polacchi ed alcune SS pestare a sangue Marco, suo fratello. Lelletto malgrado si trovasse all’inferno aveva mantenuto un’anima vivace e straordinariamente pulita, non aveva assorbito la sporcizia e l’efferatezza di quegli uomini Era un uomo e combattere l’aiutava a ricordarselo Difese suo fratello: era giustizia umana! Quel giorno Lelletto si senti di nuovo completamente uomo e ritornò al mittente le botte subite da Marco, firmando la sua condanna a morte. Massacrato di botte, incapace di rialzarsi, dopo due giorni di agonia viene trascinato alle camere a gas.  Muore il 16 aprile 1944.

 

“Bacia un ultima cosa, Eterno , bacia quella bandiera tricolore che me porto ancora in petto perché moro ebreo, ma so pugile… italiano”

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Nella giornata di mercoledì 27 gennaio due particolari gruppi di studenti hanno dato un contributo profondo al significato del “Fare Memoria”! Nella Sala Roveri del comune di Nembro alcuni ex studenti del comprensivo di Nembro, facenti parte dell’Associazione “Non spezziamo il filo”, accompagnati dalle insegnanti A.Zaccarelli e A. Dal magioni hanno inaugurato una mostra dal titolo “Restiamo Umani”. Tale iniziativa e’ nata da un viaggio a Nonantola e da approfondimenti con alcune persone sopravvissute. L’idea era di mantenere viva la memoria di questa esperienza e di creare una rete fra gli studenti soggetti del ” passaggio del testimone”. Di qui l’incontro con un’ altro gruppo di studenti dell’Isiss Valleseriana di Gazzaniga che, insieme alla docente sceneggiatrice Elisabetta Cosseddu e il regista Umberto Zanoletti del Teatro Minimo, dal mese di settembre hanno preparato un evento teatrale “Ballata Ultima per un campione”. Si tratta di una forma di teatro civile, con modalità’ sinergica, ovvero gli studenti delle due classi 3LA e 5 LB hanno tutti avuto un ruolo attivo, dagli attori narratori ai costumisti. Si è’ partiti da una foto presente in istituto su un pannello dedicato alle leggi razziali, raffigurante un pugile italiano, della nazionale, ebreo di Roma, morto ad Aushwitz nell’ aprile ’44 Leone Efrati. Efrati aveva vinto il guanto d’oro a Chicago e poteva restare in America, con una promettente carriera, rientra nel 39′ dopo le leggi razziali….aveva moglie e figli!!! Gli studenti hanno narrato con trasporto la sua storia …di persona straordinariamente semplice, con modalità leggera ma profonda…..sottolineando la sua umanità’ e generosità’. Era un pugilatore italiano della Federazione pugilistica italiana. La scrittura della drammaturgia e’ stata fedele e accompagnata da colloqui via skipe con i figli viventi ad Askelon in Israele. Durante l’evento erano presenti in sala, oltre le autorità’ locali e il Preside dell’istituto Isiss Valleseriana il dott. A. Masserini, Giuseppe Zarfati il nipote diretto del pugilatore Lelletto Efrate nonché’ membro dell’Associazione Figli della Shoah”, la dott.ssa Persico dell’ Ufficio Scolastico, il Presidente della BERGAMO Boxe, Massimo Bugada e due rappresentanti della Tavola della Pace. La recitazione e’ stata accompagnate dalla musica di studenti chitarristi e dalla voce di Franco Contessi. Unire questi due gruppi di studenti e’ stato meraviglioso, creare quindi una rete di condivisione e di progettazioni future…..
Danilo Schinoni ha seguito la parte fotografica, mentre per il video si è occupato Orobie Foto di Clusone.
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Elisabetta Cosseddu

 

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