Andreoletti e l’Albinoleffe, il Grande Rilancio. La passione è il motore, poi ci vuole il carattere.

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Accanto al football televisivo da marketing per palati fini c’è spazio per la versione “pane e salame”, o magari da biscotti al mais spinato di Gandino nel terzo tempo allo stadio. Memorie sul filo dell’amarcord dell’epoca aurea a tinte blucelesti. Ma quant’è dura da noi, nonostante un cuore così con la sfera a esagoni in mezzo. Prima ci aveva provato la Virescit, arrivata dal quartiere cittadino di Boccalone alle soglie della cadetterìa nei mitici Ottanta. A cavallo dei due secoli, l’AlzanoVirescit, poi AlzanoCene, che sopravvive nella fusione con l’Aurora Seriate chiamata Virtus Bergamo. Come secondo polo del calcio professionistico in provincia, nessuno può rivendicare la longevità dell’AlbinoLeffe, in auge dal 1998 tra la Coppa Italia di C nel 2001 e 2002, la Favola che sfiorò la serie A nella primavera del 2008 nella doppia finale playoff con il Lecce all’attuale Lega Pro: «Siamo al secondo ripescaggio di fila, ma è l’ennesima ripartenza – esordisce Gianfranco Andreoletti, presidente dal secondo anno dalla fondazione -. Dopo la retrocessione abbiamo sempre dovuto affrontare l’anno zero di turno. E siamo al quinto. Lo spartiacque è il calcioscommesse, bubbone scoppiato nel 2011 che visto a posteriori è lo stesso motivo per cui non siamo approdati nella massima serie». Altro giro, altra corsa, cambio della guardia in panchina – Massimiliano Alvini, artefice del miracolo Tuttocuoio, dalla Promozione al terzo campionato pro in un quinquennio – e anche nuovo direttore sportivo, un po’ il braccio destro del vertice: «Simone Giacchetta è una conoscenza dei tempi della serie B, appena ho saputo che era libero l’abbiamo cercato e ci siamo trovati. Nella Reggina ha accumulato parecchia esperienza, m’è sembrato l’uomo giusto al momento giusto».

Scorrendo i nomi della rosa, le spine sono quelle di sempre: giocatori di categoria sì (Loviso anche di più), l’impresa è coltivare la serra. E la C, si sa, è un limbo popolato da club, anche quelli dalle spalle larghe come i blucelesti, che sono veri e propri porti di mare: «Difficile individuare progetto tecnico e interpreti da quando non siamo più in B, perché ogni estate c’è da rifare la squadra – rimarca Andreoletti -. I giocatori da noi si trovano bene e vengono volentieri, ma trattenerli è un altro paio di maniche. Ovviamente con la retrocessione nei dilettanti c’è lo svincolo automatico: uno come Kanis, per fare un nome, lo perdi e lo prende il Novara. La cosa più ardua è ricreare un nocciolo duro come quello di Sonzogni, Del Prato, Garlini e Bonazzi». Per andare avanti, una ricetta non esiste: «Siamo ancora qui perché i soci da diciotto anni decidono di sostenerci. Ma in definitiva il collante sono i risultati: nove stagioni in B sono stati una gran bella vetrina. Di gente in gamba, poi, ne abbiamo valorizzata: al movimento abbiamo reso un bel servizio». Ed ecco che esce l’orgoglio made in Serio, ovvero lavoro duro e meritocrazia, che qualche soddisfazione la partoriscono: «Senza contare quelli che abbiamo mandato in A, mi soffermo sulla lista dei convocati in Nazionale, anche quelli del recente passato. Leggo i nomi di Federico Peluso, Marco Sau, Alessandro Diamanti. Oggi ci sono Federico Marchetti e Andrea Belotti. Il primo sembrava perso per il grande calcio e l’abbiamo rilanciato. La scalata al successo del secondo è un mix tra un settore giovanile di valore come il nostro, in cui comunque anche il ragazzo s’è sentito messo in discussione quando militava nei Giovanissimi, e le doti personali: quelle tecniche e quelle caratteriali. È nel passaggio dal divertimento al lavoro, dalla trafila del vivaio al professionismo, che si misura la maturità. È un esame che in tanti non passano».

Un modo per rivendicare al Celeste Impero con base operativa nelle campagne tra Zanica e Comun Nuovo un ruolo che nessuno, dall’atto della Grande Sinergia tra Albinese e Leffe verso la fine del secolo scorso, è stato fin qui in grado di intaccare: «Il nostro territorio è molto grande e accanto a un attore principale, diciamo di vertice, a livello professionistico c’è sicuramente margine per una seconda squadra, una realtà che proponga un’offerta formativa sul piano sportivo e umano. Da ex calciatore dilettante, come centravanti soprattutto di sponda della Vertovese, posso dire che la lezione del campo ti rimane, anche dietro la scrivania: s’impara a prenderle ma anche a darle». Una dichiarazione d’intenti che suona come il refrain della mission societaria. Sì, ma il calcio non può essere solo razionalità e gestione manageriale. E si torna a quella roba rossa che pulsa nel petto, che spinge oltre l’ostacolo e non consente di scendere a compromessi: «La parte intelligente di Andreoletti è quella della vita privata, quella stupida si è data anima e corpo al pallone – ride -. Ai tempi il Leffe arruolò mio figlio Luigi e mi chiese di dare una mano. Da allora non mi sono più fermato. La passione conta, non se ne può fare a meno: io sono felice di vedere tanti ragazzi che crescono, si divertono e coltivano ambizioni di carriera. Se così non fosse, mi occuperei d’altro. Spero di assistere allo sboccio di altri Belotti: giovani di prospettiva non mancano, il carattere per sfondare devono mettercelo loro». Nella chiosa ci scappa pure il retroscena che non ti aspetti: «Uno dei primi regali a quella che sarebbe diventata mia moglie fu portarla in curva sud al Comunale. E ho detto tutto». Proprio una questione di cuore, che può non avere colori sociali oppure cambiarli. Ma non si scappa: se non c’è, cade l’impalcatura. Per tornare a sentir battere quello dell’AlbinoLeffe senza bisogno dello stetoscopio, non resta che prestare orecchio all’annata della Speranza: «Centrare l’obiettivo significa, un giorno, poter tornare a pensare in grande». E, chissà, rinverdire il sogno di due notti di fine primavera.

 

Simone Fornoni

foto Luca Limoli

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