PARKOUR, DALLA FRANCIA ARRIVA LA PRATICA DELLA LIBERTA’

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Quanto lo sport aiuti a migliorare la qualità della vita è risaputo. Il Parkour, moderna disciplina fondata in Francia negli anni ’90, è però una vera e propria metafora della vita. Lo dice la parola stessa: “Parkour”, ovvero “percorso”, quello che gli atleti devono affrontare in questa disciplina dovendo superare ostacoli materiali di qualsiasi genere. La filosofia di questa pratica, e la preparazione fisica ma soprattutto mentale per riuscire in tutto ciò, ha risvolti positivi nella vita di tutti i giorni. Se ci si allena e si riesce a compiere un salto di un metro senza rincorsa, si saprà affrontare meglio un problema che si presenta nella vita.

Questo è un esempio semplice per introdurre il cuore di questo “sport” di cui abbiamo parlato con Flavio, ventiduenne della Praesidium Parkour Project, associazione sportiva che conta una ventina di iscritti guidati dai maestri Nicola Cavallazzi e Marco Bellia.

Come è nata l’Associazione? “L’idea ci è venuta lo scorso maggio durante il raduno annuale “Ecce Parkour” tenutosi a Roma, una tre giorni in cui si riuniscono i praticanti di Parkour di tutta Italia dove partecipa pure la Parkour Generation mondiale dell’Inghilterra che porta le sue competenze”.

Introduciamo gli albori di questa pratica: “E’ nata in Francia negli anni ’90 da un gruppo di ragazzi di cui il maggior precursore è David Belle, pompiere di professione così come suo padre e suo nonno, che si è servito nel suo mestiere di un metodo naturale di allenamento fatto di abilità tecniche e fisiche”.

Ma cos’è in specifico il Parkour? “Si può definire l’arte dello spostamento, avere la capacità di muoversi  nello spazio nella maniera più efficiente possibile. Da non confondersi con il Free Running, pratica per certi versi simile ma che si incentra più sulla spettacolarità e l’estetica dei gesti piuttosto che sull’efficienza. Nella vita di tutti i giorni noi ci muoviamo in modo automatico, senza pensare al come farlo. Ecco, nel Parkour invece vi è liberta di movimento, pensare bene all’efficienza dei gesti”.

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Lo spirito del Parkour…: “Il cuore di questa disciplina è il confronto con te stesso, vivere una crescita personale. Riesci a costituirti a livello identitario. Ma attenzione, è anche fondamentale lo spirito di solidarietà, l’allenamento di gruppo e non solo individuale. Per il resto, il praticante ha un ostacolo e deve capire se lo può superare o meno. È un conflitto emotivo, se vogliamo, un continuo confronto con la paura. Infatti è fondamentale riuscire a capire le proprie potenzialità”.

Parkour come metafora della vita: “Esatto, questa pratica si allinea molto con il “percorso” della vita: Il praticante (tecnicamente chiamato “tracciatore”) si ritrova di fronte ai suoi ostacoli che sono visti come un qualcosa di positivo. Non un problema, ma un punto di spinta, fisico e mentale”.

L’affacciarsi a questa pratica a livello personale: “Per me iniziare è stata una questione di istinto. Sono sempre stato predisposto a ciò per le mie potenzialità fisiche. Il fatto che non sia una disciplina agonistica, poi, è positivo perché aiuta a non avere pressione e concentrarti solo su te stesso e sul gruppo. L’unica competizione che devi affrontare è quella con te stesso, è una sfida che ti aiuta ad affrontare la vita anche emotivamente e andare, perché no, fuori dagli schemi preconfezionati della società”.

L’allenamento del Parkour: “Il Parkour è una pratica della libertà e questa dice tutto. Sono io a scegliere cosa e come farlo. L’allenamento, oltre ovviamente all’aspetto fisico, si concentra anche sulla parte tecnica. Il Parkour si adatta all’ambiente, è autonomo. Nel calcio serve necessariamente una palla, nell’equitazione un cavallo. In questa disciplina invece hai solo bisogno della natura circostante, infatti qui a Presezzo stiamo lavorando per costruire un Park esterno. La finalità è l’esterno e dopo lunghi iter per i permessi ringraziamo la Polisportiva Presezzo e il Comune che ci ha concesso il campo.”

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Bene, ma un esempio concreto per far capire a chi non conosce questa pratica: “Non so, anche affrontare il tragitto casa-lavoro. Impari ad evitare le “corsie preferenziali”. Certo, chi ci vede può non capire questi movimenti, ma ancora in Italia il Parkour deve essere conosciuto veramente”.

Nell’intervista si unisce anche uno dei maestri, Marco Bellia: “In questo sport ci tengo a precisare un aspetto. Ovvero la gradualità, l’allenamento costante. Di certo è sconsigliabile improvvisare gesti o movimenti del Parkour se non si è allenati. L’indice di infortuni è molto basso, perché appunto ci vuole gradualità e raziocinio, ma mai improvvisazione. Anche chi lo pratica assiduamente commette un errore se inizia, per esempio, a compiere salti azzardati senza prima essersi riscaldato, perché finchè hai vent’anni non ti accorgi di niente, ma poi a lungo andare ne paghi le conseguenze fisiche. Questo lo dico sempre ai miei ragazzi, il riscaldamento è importante per avere la forma fisica ideale anche nel tempo. In fondo il mio obiettivo è anche quello di creare la generazione futura più forte, che a sua volta ne creerà una altrettanto forte e così via”.

Cosa si prova durante la pratica? ”Soddisfazione. Quella che provi quando oltrepassi l’ostacolo ti muove per trovare sempre nuovi obiettivi. Ti rimetti in gioco continuamente, fisico e mente. Tutti possono praticare questa disciplina, anche chi non ha preparazione fisica e mentale di partenza. Ma se sei determinato passo a passo acquisisci tutte le competenze che ti servono, poi dipende a che livello si vuole arrivare ovviamente. A Bergamo fino ad oggi si contano trecento atleti di Parkour, è una cifra che dovrà crescere, anche perché al contrario di quello che possa sembrare è una pratica che può tornare molto utile anche alle forze dell’ordine. In Inghilterra infatti la polizia è addestrata con i principi del Parkour. Un esempio? Un poliziotto in missione magari deve saper scendere le scale all’indietro mentre tiene puntata la pistola senza perdere l’equilibrio”.

In TV vanno di moda i Talent show, perché non portare un esempio di questo sport nel piccolo schermo?”Sarebbe bello portare la filosofia del Parkour in TV. Qualcosa c’è già stato a dire la verità. Ad esempio Daniele Doria è tra i maggiori esperti di Parkour in Italia e si è esibito su Canale 5. Quello che ci lascia perplessi sulla TV, però, è che non vorremmo che questa realtà passasse come esibizione, spettacolo”.

Sito Web: www.3park.it

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articolo a cura di GIANLUCA GRASSO

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