BEPPE GUALINI. L’ITALIANO AFRICANO

  

Beppe Gualini e la moto: un binomio inscindibile!. Non si può parlare di lui senza associarlo alla moto: sembra sia nato dii su essa, perché una tale passione la senti fin da bambino, quando ancora non ne capisci il perché, ma “lei” entra prepotentemente nei tuoi sogni e ti accompagna per tutta la vita.Beppe è un bergamasco doc, ma il suo spirito ha radici lontane, tra le sabbie dei deserti, nel Paese “delle ombre corte” ed è lì, con la moto che andrà a ritrovarlo meritandosi l’appellativo di… Africano!

Fin da giovanissimo Beppe desidererebbe ” l’oggetto dei suoi desideri”, ma la sua famiglia non è ricca e non può comprargliela. Lui non si perde d’animo: frequenta i demolitori, recupera telai e motori in rottamazione e inizia a costruirsi le prime moto “assemblate”.

Con un telaio Morini, un motore Piaggio, un cerchione Honda la moto è fatta: non ci sono ostacoli alle vere passioni ! Intanto va anche a scuola, si diploma in ragioneria e inizia a lavorare come contabile, dopo aver fatto, a sedici anni anche un’esperienza come portiere di notte all’Hotel Excelsior San Marco in Bergamo. Pur lavorando, continua ancora a studiare e consegue il diploma ISEF che gli permetterà di insegnare educazione fisica presso alcune scuole della bergamasca. Nel frattempo non trascura la sua più grande passione, la moto, con una predilezione per l’Enduro. La ragione di questa scelta è affidata al ..destino

“Ho sempre visto la moto come il mezzo unico per viaggiare e scoprire il mondo” dichiara” come il cavallo per i pionieri del Far West ed è soprattutto con l’idea di affrontare tutti i tipi di terreno che ho ritenuto l’enduro come la moto giusta”

La moto è un simbolo di libertà, di indipendenza e di passione, affermano tutti i motociclisti “veri”: di rado chi va in moto lo fa per una scelta di comodità : è un’apertura verso il mondo, le cose, le persone! E’ come se ogni moto avesse una propria personalità che di solito si sceglie perché assomiglia alla nostra e la scelta di Gualini non poteva essere più giusta.Il motociclismo è dominante nei suoi programmi, ma non trascura però anche altri sport: pratica nuoto, ciclismo, alpinismo e triathlon.

Verrebbe da chiedersi se il ” Guala” come verrà anche chiamato, riesca a trovare un po’ di tempo per dormire! Come per molti, anche per lui arriva un anno fatidico: è il 1979, quando per caso, durante una vacanza sente per la prima volta parlare della Dakar, del rally Parigi –Dakar ed è subito un colpo di fulmine!E’ un rally duro : da Parigi in Francia fino in Senegal, sulla costa di Dakar: 20000 km in venti giorni, ideato da Tierry Sabine”per portare tutti nell’immensa vastità del mare di sabbia” attraverso un percorso leggendario che, come lo definisce il promotore sarà “una sfida per quanti partecipano, un sogno per quanti stanno a guardare”Beppe Gualini non può perdersi questa sfida!Per partecipare ci vogliono però tanti soldi e lui non li ha. Cerca sponsor, ma il ricavato non basta per la grande gara e allora ripiega su una “sorella minore” della Dakar, il “Rally dei Faraoni”, appena istituito. Il direttore della Fantic- Motor, Keppel, nel 1982 gli mette a disposizione una Fantic rsx e il Beppe parte alla direzione di Venezia per l’imbarco verso l’Egitto.Giunto sul posto l’Organizzazione comunica un cambio di programma: non si parte più da Venezia, ma da Brindisi! Gualini non batte ciglio e in sella alla sua 125, corre alla volta di Brindisi e s’imbarca per l’Egitto. E’ il primo Rally dei Faraoni, il primo per Gualini che giunge al termine della competizione primo nella sua categoria e 30° nella graduatoria generale.Lo chiameranno “l’italien” perché era l’unico italiano,ma anche perché si era già fatto distinguere.Da “italien” diventerà ” l’africano” per l’escalation competitiva nel Continente Nero che lo porterà a collezionare 65 raid africani portati a termine, tranne due, e 10 Parigi – Dakar complete. La sua popolarità cresce a tal punto da diventare, insieme a Edy Orioli, vincitore di 5 edizioni, l’uomo simbolo della Dakar! Gualini è però uno che …non ne ha mai abbastanza e nel 1985 apre un altro capitolo della sua vita da avventuriero con il Camel Trophy: una gara durissima con le jeep in mezzo al fango, alle scarpate, ai serpenti..Nel Borneo riesce a conquistare il sesto posto assoluto. L’anno successivo viene accolto nello staff dell’Organizzazione come selezionatore dei team partecipanti e come ideatore dei tracciati. Una vita di kilometri, fatica, grinta e mal d’Africa quella di Beppe Gualini: potremmo immaginarlo come una specie di Rambo anche se il paragone non calza perché il “Guala” è un tipo tranquillo, che ama il mondo e le sue strade: lui le ha percorse tutte anche dove non c’erano!

Sullo sport ha le idee chiare :” Lo sport oggi è troppo impostato sul confronto con gli altri e questo genera solo grandi frustrati. Sono lontani i tempi d’oro quando la sfida e l’avventura, come nel caso del motociclismo, prevalevano sulla spettacolarità e la gara era in mano all’uomo più che ai mezzi tecnici e organizzativi.Vedo ragazzi che praticano lo sport con la sola pressione del risultato. Se perdono diventano complessati, se vincono si montano la testa. Tutto questo è diretta conseguenza della cultura dell’IMMAGINE che dilaga senza limiti. La colpa è dei Media che creano miti per poi distruggerli”

Gualini ha amato e praticato tanti sport, ma ritiene che il decathlon sia la disciplina più bella perché lega tanti sport, un pò come fa lui che continua ancora ad esercitarsi.Ha girato l’Africa dove i bambini muoiono di fame, ha respirato il deserto a 50°, ha vissuto la Dakar quando era un fenomeno planetario e ne parlavano tutti, ma se dovesse ripartire “rispolvererei i miei cimeli storici, sostiene convinto, perché sono più affidabili e soprattutto saprei dove mettere le mani. Nel marsupio dei ferri non ci sta il computer per il test!”Lo sport per Beppe è anche gioia e aggiunge: “Se diventa uno stress è meglio lasciar perdere. Si può arrivare tra gli ultimi, ma se si è convinti di aver fatto bene, si deve essere contenti e pronti per una nuova prova. La cultura del campionismo, iniziata negli anni ’90 è sbagliata perché arreca solo danno allo sport”.

L’Africano non si ferma mai: insegna, scrive, viaggia, sempre all’insegna della moto, la compagna con la quale ha realizzato i sogni della sua vita.C’è ancora un sogno però che, come confida ” ho sempre avuto in testa e non ho avuto il tempo di realizzare: la via della seta”

C’è da giurare che dopo l’appellativo di ” africano” potremmo attribuirli anche quello di “cinese”!

 

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