REMO MENGHINI E L’ANNO ZERO DEL BREMBATE. LA SQUADRA COME SCUOLA, IL VIVAIO COME SERBATOIO

Brembate di Sopra – Gli idealisti che s’intestardiscono a considerare lo sport come palestra di vita, al riparo da ogni deriva da business gossipparo, non possono non far mente locale alla situazione del calcio di provincia. Alla periferia dell’impero, fuori dal grande circuito, laddove il marketing e le clausole rescissorie alla Neymar sono echi lontanissimi di un pianeta distante anni luce, perché la sfera di cuoio è e rimane il passatempo del weekend, ci sono società che senza passione e sacrificio non tirerebbero avanti nemmeno un nanosecondo. Alcune chiudono i battenti e mettono all’asta il titolo sportivo, anche se legalmente sono tutte fusioni, che nondimeno fanno sparire il nome dall’orizzonte. A rubinetti chiusi, si sbaracca e arrivederci. Altre, come il Brembate Sopra, sopravvivono anche ai de profundis mormorati troppo frettolosamente. Il club del paese come l’araba fenice: «A maggio lo storico presidente Silvio Berizzi ha riconsegnato le chiavi in Comune. Panico generale. Il vicesindaco Claudio Stucchi, un amico, mi ha interessato ed eccoci qui, senza la Promozione ma col settore giovanile intatto». La squadra come scuola: «Ogni categoria di ragazzi deve avere due rappresentanti dei genitori. Ho anche fatto preparare la guida del genitore, quella del giovane calciatore e quella del tifoso da consegnare a ogni tesserato: cosa fare, cosa non fare, rispetto dei ruoli per crescere insieme». Coinvolgimento a trecentosessanta gradi delle famiglie, dunque, perché siano di supporto alle politiche societarie senza che la voglia di improvvisarsi mister o diesse varchi la soglia del campo, e gioco del pallone richiamato alla sua funzione educativa. I primi sessanta giorni da numero uno in gialloverde di Remo Menghini, ufficialmente al vertice dal primo luglio, sono stati spesi nel consentire di risorgere dalle sue ceneri a un glorioso sodalizio che aveva trascorso in Eccellenza due delle ultime tre stagioni di una storia settantennale. Ponendo le basi, prima ancora che del proseguimento dell’attività, della cultura sportiva che deve giocoforza fare da sfondo all’anno zero: «Un mio chiodo fisso sono i campus multidisciplinari da farsi tra maggio e giugno e la partecipazione a tornei anche fuori porta – sostiene Menghini, 56 anni, di Presezzo, assicuratore nella vita, che col nuovo incarico ha completato il cursus honorum intrapreso da calciatore -. I ragazzi si interessano a tutto, come me che m’ero cimentato anche con volley, basket, sci e pattinaggio sul ghiaccio. E soprattutto hanno bisogno di esperienze formative: i miei Giovanissimi brembatesi dell’epoca si ricordano ancora di quando li portai a giocare a Siena. Contiamo pure sui gemellaggi: per questo guardiamo all’amministrazione comunale».

Un vulcano di idee, lo sportivo a tutto tondo che crede nei giovani e vi si riconosce ma non rinuncia all’esperienza nella stagione cruciale della rifondazione: «Sono milanista e noto con piacere che ci sono allenatori come Montella capaci di sposare le scommesse come Cutrone, che non ha nulla da invidiare ai compagni più celebrati di una campagna acquisti faraonica. Ed è un prodotto del settore giovanile, il classico serbatoio della prima squadra. Noi torneremo ad averne una l’anno prossimo, ripartendo dalla terza categoria: non potevo non affidarmi al direttore sportivo Edoardo Bolis e a Mauro Foresti, che fa il segretario qui da quarant’anni». Garanzie di continuità per una resurrezione in nome dei baby: «Sulle prime pensavo di vendere la categoria per avere i fondi sufficienti alla programmazione sul lungo periodo, poi mi s’è presentato il problema della Juniores». Risolto in quattro e quattr’otto sulle ali del recente passato da uomo in sella, pardon sulla panchina dei suoi boys: «Appena arrivato erano solo in quattro, adesso sono ventitré. Molti li avevo allenati ai tempi dei Giovanissimi. Una volta aperta la stalla i buoi erano scappati, nella fattispecie in direzione Almè: se sono tornati sui loro passi per il rapporto personale che si era creato con me, non posso che esserne felice». E parliamone, del Remo-mister: «Mi ci spinse Giovanni Omacini nel 2009. Da allora, solo Brembate Sopra. Prima, mai. Erano vent’anni che col calcio avevo staccato dopo una carriera chiusa all’età di ventiquattro da ala, ma anche centrocampista e libero, un metro e settanta di emergenza anche se il Mitico Villa del Bologna aveva la mia stessa taglia, e un biennio alla guida della Juniores nel Presezzo in cui avevo trascorso gran parte della mia vicenda da giocatore. Da lì, in coppia con Omacini o da solo, mi sono occupato di Giovanissimi e Allievi, seguendolo anche nell’anno alla Fiorente Colognola».

Fare il pres è decisamente tutto un altro paio di maniche, ma uno come il Menghini sa rimboccarsele e dare di olio di gomito. Persuadendo gli altri a seguirlo: «Ho fatto fare subito le tute di rappresentanza, progressivamente sostituiremo mute e borsoni: l’immagine vuole la sua parte. Ma ho messo soprattutto mano agli spogliatoi: li ho fatti risistemare, ne ho affidato pulizie e manutenzione a una persona assunta allo scopo. Non pochi papà erano lì a dipingere le pareti di fresco». La sede, un trionfo di coppe, trofei e gagliardetti, è troppo stretta per un personaggio larger than life, come usano dire gli americani. Rieccoci a calpestare il sintetico all’ombra della Torre del Sole, a tiro della scrivania dove prendono corpo idee e sentimento, un sentire il football che non può prescindere dalla pratica. Poco importa se piove da ore e l’umidità di fine estate impregna i polmoni. A fianco, perché un’annata da pianificare non è uno scherzo, il fido Bolis, «brembatese doc ed entrato da giocatore a 11 anni, quindi allenatore e diesse da un paio: ora sono 58». Oltre la riga in gesso, i protagonisti: «Sono i 2007, il 10 settembre a Paladina hanno il torneo organizzato dall’associazione “La passione di Yara”. A fine mese parteciperemo alla giornata contro la violenza sulle donne». Saranno proprio loro, i più piccoli, quelli che non li fai rientrare negli spogliatoi neanche a costringerli con le brusche, tanto è l’amore per quel rettangolo verde a dispetto del training sotto l’acquazzone, a far volare di nuovo l’araba fenice colorata di gialloverde, possibilmente più in alto del tetto dell’osservatorio astronomico che li guarda col nasone all’ingiù: «Sono tanti e appassionati, bisogna creare il nucleo per il futuro – chiosa il Presidente -. Ci si allena tutti qui, ma siamo in troppi per giocare sullo stesso terreno: Juniores, Allievi e 2005 saranno di casa sull’erba, dietro le piscine, a poche centinaia di metri. Ci siamo, ci saremo». Per mantenere la promessa di rientrare nell’elite del calcio bergamasco, menti e braccia non mancano. A partire dai magazzinieri Giovanni Ubiali e Walter Turani. E col decisivo apporto dei Trap di turno: Giovanni Omacini (Juniores regionali B), Francesco Fracassetti (Allievi), Alessandro Gamba (Giovanissimi), Walter Mazzoleni (Esordienti 2005 a 9), Gianni Schembri (2006 a 11 Csi), Giovanni Mariani (2007 Csi), Diego Viscardi (Pulcini 2008-2009), Andrea Gotti ed Edoardo Maffeis (Scuola Calcio 2010), Carlo Esposito, Alberto Zonca e Consorte (2011-2012). L’uomo solo al comando è in ottima compagnia.

servizio a cura di Simone Fornoni

foto Luca Limoli

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